Erula: il costume che nasce già certo di sé
Cosa succede quando il condizionale della ricerca diventa l'indicativo della politica
Il caso del costume tradizionale di Erula merita di essere riletto con attenzione, perché mette insieme due cose che raramente si trovano nello stesso dossier: una ricerca metodologicamente seria, anche se le testimonianze raccolte dalla sindaca non sono specificate nel dettaglio, e una comunicazione pubblica che, di quella ricerca, restituisce solo la parte più rassicurante.
Due documenti, due registri
Da un lato c'è la locandina e il comunicato dell'Amministrazione: linguaggio assertivo, nessuna esitazione. "Il bozzetto più votato diventerà ufficialmente il costume tradizionale di Erula." La sindaca, nel comunicato, parla di un percorso che dura da due anni, definisce "irrispettosi" i paragoni con la scelta di un modello da catalogo, e chiude invocando "la massima espressione di democrazia".
Dall'altro lato c'è la relazione tecnico-scientifica del Laboratorio Piroddu: un documento che, letto per intero, è molto più cauto di quanto la comunicazione istituzionale lasci intendere. Gli autori parlano di "ipotesi interpretativa", di elementi "ragionevoli da ipotizzare", di influenze "non improbabili". Al punto 7bis scrivono esplicitamente che la scarsità di documentazione iconografica e archivistica specifica per Erula impone "particolare cautela interpretativa", e che il lavoro va inteso come "proposta filologicamente plausibile" e non come "certificazione definitiva di un costume storicamente codificato". Aggiungono, in chiusura, che l'obiettivo non è "la creazione artificiale di una tradizione".
Sono due testi che raccontano la stessa operazione con due gradi di certezza completamente diversi. Il documento tecnico si muove nel condizionale; la comunicazione pubblica nell'indicativo. Chi riceve solo la locandina o il comunicato non ha modo di sapere che chi ha materialmente fatto la ricerca si è preso la cura di scrivere, nero su bianco, che le sue stesse conclusioni sono ipotesi soggette a revisione.
Quello che funziona ma che in parte va dimostrato
Va riconosciuto con chiarezza ciò che la relazione documenta. Non si tratta di un bozzetto disegnato a tavolino: ci sono due capi originali di metà Ottocento, messi a disposizione da famiglie del paese, analizzati nei materiali, nelle lavorazioni, nei dettagli sartoriali. Ci sono interviste agli anziani raccolte personalmente dalla sindaca. C'è un metodo comparativo che incrocia fonti documentarie, iconografiche e di memoria orale, e una bibliografia che fa riferimento a studiosi riconosciuti — La Marmora, Angius, Wagner, Delitala, Angioni. È un impianto metodologico che, sulla carta, rispetta gli standard minimi di una ricerca etnografica seria, e che si distanzia nettamente da operazioni puramente estetiche o promozionali.
Quello che non convince
Resta però un nodo che la relazione stessa apre, senza risolverlo del tutto: perché, da una ricerca che riconosce esplicitamente la propria incertezza documentaria, si arriva a un'unica foggia da sottoporre al voto?
Un abito tradizionale, in qualunque comunità storica, non è quasi mai stato un oggetto unico e stabile. È plausibile, e la storia del costume sardo lo conferma ampiamente, che a Erula coesistessero nel tempo abiti diversi per occasione (festa, lutto, quotidianità), per condizione economica (famiglie pastorali più o meno agiate), per stato civile, e che la foggia si sia modificata nell'arco di oltre un secolo di storia comunale, dal Settecento descritto nella relazione fino al primo Novecento. La stessa relazione lo lascia intuire quando parla di un'"identità vestimentaria ibrida, stratificata, di mediazione" tra Gallura, Anglona e Monteacuto: una stratificazione, per definizione, non produce un risultato unico.
Eppure il percorso si chiude con due varianti femminili e due maschili, presentate come alternative tra cui scegliere, non come campionario di una variabilità storica documentata. È un punto di vista che ricorda le scelte estetiche di certi gruppi folk del passato, quelli che adottavano un'unica uniforme di scena come se fosse l'unico abito mai esistito, appiattendo sotto un'unica immagine quella varietà che la ricerca storica, quando è seria, tende invece a restituire. La relazione stessa lo chiarisce al punto 5: le proposte nascono da un'accentuazione scelta dal laboratorio — una più gallurese, una più anglonese-monteacutese — non da un ritrovamento di due abiti distinti realmente esistiti come tali. La domanda, allora, è chi abbia deciso che il prodotto finale dovesse essere una sola foggia "ufficiale", e su quale base: una scelta scientifica, dettata dai limiti reali delle fonti, o una scelta amministrativa, dettata dalla necessità di avere un simbolo unico e univoco da presentare come patrimonio del paese?
A cosa serve un costume "ufficiale"
La relazione stessa, al capitolo 6, è abbastanza esplicita sulle motivazioni: il valore identitario ("presidio di alterità e memoria"), il valore scientifico (un caso di studio interessante per l'antropologia del costume), e il valore turistico-promozionale — un "asset culturale" capace di "attrarre interesse mediatico" e inserire Erula nel circuito delle manifestazioni sarde di qualità.
Questo terzo obiettivo, dichiarato senza reticenze, è probabilmente la chiave per capire perché si sia scelto il modello dell'unica foggia votata, invece di una restituzione pubblica della complessità storica. Un asset promozionale funziona meglio se è singolo, riconoscibile, fotografabile, indossabile in modo uniforme da un gruppo folk in una sfilata. Una pluralità di varianti storicamente plausibili — per classe, per epoca, per occasione — è scientificamente più onesta, ma comunicativamente meno efficace.
Non è necessariamente una scelta in malafede. È una scelta che privilegia la funzione pubblica e identitaria del costume su quella documentaria, e che lo fa senza dichiararlo esplicitamente alla cittadinanza chiamata a votare.
Il nodo del confronto pubblico
Il punto più critico, più che nella ricerca, sta nella gestione del dissenso. Le domande che si possono fare a un progetto come questo — perché un'unica foggia, su quale criterio, chi ha stabilito che il processo dovesse concludersi con un voto tra due alternative — sono domande metodologiche legittime, dello stesso tipo che la relazione tecnica pone a se stessa al punto 7bis. Liquidarle come "cattiveria" o "diffamazione", come ha fatto la sindaca nel comunicato, sposta il piano della discussione dal merito alla difesa personale, e rende più difficile, non più facile, che la comunità partecipi davvero al processo critico che la stessa relazione invita a fare ("il confronto è sempre benvenuto").
Una domanda aperta
Il caso di Erula non si presta a un giudizio netto. C'è una ricerca vera, condotta con metodo, che merita rispetto. C'è anche una traduzione pubblica di quella ricerca che ne semplifica l'incertezza fino a farla sparire, e una scelta di processo — l'unica foggia, il voto binario — che la relazione stessa non giustifica del tutto sul piano scientifico, ma che si spiega bene sul piano della comunicazione e della promozione territoriale.
Resta da chiedersi se sia possibile, in casi come questo, restituire alla comunità la complessità reale di una storia vestimentaria stratificata — invece di consegnarle, alla fine del percorso, un'unica immagine già pronta da votare e da indossare.
Andrea Locci
