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Racconti

Un attimino

Primo racconto, primo esercizio. L'ispirazione viene da qualcosa di comune e quotidiano: i padri che ci sono, ma non ci sono davvero.

 

 

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UN ATTIMINO

Anche questa sera Giorgio se ne sta al pc per dare vita ai suoi lavori di rendering con programmi di grafica e animazione. Per l'ennesima volta il figlio Riccardo si affaccia nello studio del padre, con cui sta a Parigi da qualche giorno.

— Papy, il cartone è finito da un po', mi hai promesso che avremo dormito assieme ma non arrivi mai…

— Tesoro, papy sta ultimando un lavoro molto importante e poi arriva subito da te, dammi solo un attimino.

— Un attimino come ieri?

— No, questa volta solo un attimino, promesso, risponde senza nemmeno staccare gli occhi dal monitor.

Il bimbo torna a letto a testa china e il padre si immerge di nuovo nel suo lavoro.

Dopo vari altri richiami caduti nel vuoto, all'improvviso Riccardo ricompare nello studio con una copertina sulle spalle e con in mano un grande orsacchiotto con gli occhi luminosi. "Papà, vado un attimino fuori" dice chiudendo la porta alle sue spalle.

— Fuori? Fuori dove? Riccardo, aspetta!

Preoccupato, il padre si alza a cercarlo e si fionda in strada. Si guarda attorno con agitazione ma il figlio non si vede. Sono le tre di notte, non c'è nessuno a cui chiedere. I brividi attraversano il suo corpo come stilettate di ghiaccio, il sudore freddo ricopre ogni centimetro della sua pelle e il battito cardiaco si fa pesante, accelerato.

Preso dalla disperazione Giorgio comincia a urlare il nome del figlio, sempre più forte e in ogni direzione, quando a un certo punto, sopra il ponte Alessandro III, scorge in lontananza i due occhi luminosi del peluche e la sagoma del figlio in movimento.

Allora incomincia a correre, ma il figlio sembra abbia le ali e si dirige velocemente verso gli Champs-Élysées. Mentre lo insegue i rimorsi lo precedono e viaggiano veloci nella sua testa: quanto sono stato disattento con lui? Quanto l'ho trascurato?

In un misto di meraviglia e angoscia, Giorgio vede il figlio dirigersi verso lo stabile che ospita la mansarda che ha appena ristrutturato. Il piccolo entra proprio in quel palazzo e Giorgio, col cuore in gola per la corsa, lo segue preoccupato perché già presagisce qualcosa di brutto. Con un filo di voce e con le lacrime agli occhi supplica il figlio:

— Riccardo, ti prego, fermati!

Il bambino invece continua a salire le scale verso la mansarda, e con la sua vocina comincia a ripetere: "Solo un attimino, papy. Un attimino".

Nel sentire quelle parole Giorgio per poco non cade a terra. Tutti gli "attimino" che ha dispensato al figlio tornano indietro e lo colpiscono come un boomerang. Riccardo, ormai arrivato in mansarda, entra dentro, mentre Giorgio continua a salire le scale, a rilento, ansimante.

Una volta in mansarda percorre con altrettanta fatica tutto il corridoio in cerca del figlio. Ad accoglierlo un forte odore di muffa, le camere inspiegabilmente logore, vecchie e impolverate, la carta da parati cadente, i mobili ricoperti da teli bianchi e il pavimento fortemente usurato. Il tempo in quella mansarda sembrava essersi fermato, o forse consumato tutto in una volta. Quando arriva nella sala in fondo vede la copertina e l'orsacchiotto e poi suo figlio, ma quasi irriconoscibile: è un uomo.

— Papi! esclama Riccardo. — Ce ne hai messo di tempo eh?!

Giorgio lo fissa un istante e poi distoglie lo sguardo, preso dai sensi di colpa. Gli gira la testa e si sdraia per terra, mentre Riccardo riprende il suo discorso con la voce rotta dall'emozione:

— Peccato… avremmo potuto fare tante cose insieme. Tante cose. E invece i tuoi attimini messi uno dopo l'altro sono diventati la mia vita intera. Tutta quanta. Avresti potuto conoscere anche i miei figli, sai? E invece eccoti lì, ghiacciato.

Riccardo si alza in piedi, si ferma vicino al corpo del padre e dice:

— Addio papà, addio Architetto.

Giorgio è pietrificato. Si sente davvero il ghiaccio addosso, non riesce a muoversi e nemmeno a urlare. Lo sconforto è talmente forte e cocente da fargli mancare il respiro, ormai si sente morire, quando… una manina calda prende la sua mano, mentre un'altra gli accarezza teneramente il volto e una vocina serena gli dice:

— Papà, papà, svegliati! Quanti attimini devo aspettare ancora? Dai che è tardi, andiamo a letto.

Giorgio apre gli occhi e si ritrova disteso sulla sua scrivania con la camicia fradicia. Ancora intontito, sente dentro di sé la gioia liberatoria di chi è appena scampato a un incubo, stringe forte le mani al figlio, rivolge gli occhi al cielo in segno di ringraziamento. Si alza, spegne il monitor senza guardarlo, prende in braccio Riccardo e si avviano verso la cameretta.

Andrea Locci

L'orizzonte dietro al ginepro

Bustianu morì una notte di giugno. Il medico disse: scivolato nel buio. Nessuno fece domande. Luxia ne portò la colpa per il resto della vita.

 

 

 

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L'ORIZZONTE DIETRO IL GINEPRO
Il tempo a Soroseu era scandito da grano e vendemmia. 

Un paese con le spalle al mare, l'anima alla terra. 

Il mare era pericolo: tempeste, saraceni, morte. La terra dava pane. 

Negli anni Cinquanta, però, qualcosa cambiò. Arrivarono strade che portavano via figli. Il mare, prima temuto, cominciò a sedurre. Turismo, soldi rapidi, altro tipo di fatica. I sardi cedettero coste a pezzi. Soroseu si voltò, lentamente, verso il blu. 

Luxia e Bustianu si conobbero durante su ballu tundu, l'unica occasione in cui i giovani potevano toccarsi senza scandalo. Madri e zie vegliavano dal bordo della piazza, occhi come falchi. Ogni gesto veniva pesato, ogni sguardo misurato. Luxia aveva sedici anni, capelli neri raccolti stretti. Bustianu diciannove, mani grandi da contadino ma sguardo che cercava altrove. Quando ballavano, le loro mani non si sfioravano appena come quelle degli altri. Si stringevano. Come a sigillare qualcosa. Le donne lo notarono subito. «No est cosa ona,» disse una zia di Luxia alla madre. Non è cosa buona. «La famiglia di lui...» aggiunse un'altra, abbassando la voce. «Gente strana. Troppa libertà. Troppa bocca.» Il padre di Luxia, Antonio, non disse nulla. Ma smise di salutare il padre di Bustianu per strada. 

Si vedevano di nascosto, sotto il vecchio ginepro sul costone. Lui le strofinava le bacche blu sui polsi, ridendo. «Adesso profumi di montagna.» Lei gli raccontava di voler imparare a leggere, di voler vedere il mare da vicino, non solo da lontano come una minaccia. «Lo vedremo insieme,» diceva Bustianu. «Appena ho messo via abbastanza soldi, partiamo. Cagliari, o più lontano. Dove nessuno ci conosce.» Luxia annuiva. Ci credeva. Il piano era semplice: aspettare la festa di Santu Giuanne, quando il paese si ubriacava e le veglie si allentavano. Scappare quella notte, prendere il primo autobus all'alba. Ma qualcuno parlò. La sera della festa, mentre l'organetto suonava e i giovani ballavano, alcuni uomini — tra cui Antonio — si avvicinarono a Bustianu. Non urlarono. Non c'era bisogno. Gli parlarono vicino, sorrisi stretti. «Vai a casa. Adesso.» Bustianu guardò Luxia. Lei era ferma, pallida, le mani strette al petto. Sua madre le teneva un braccio, forte. «Luxia!» gridò lui. Lei non rispose. Sua madre la trascinò via. Bustianu provò a seguirli. Due uomini gli bloccarono la strada. Uno lo spinse. Bustianu reagì, colpì. Qualcuno urlò. Nella confusione, Bustianu riuscì a svincolarsi e scappò. Lo trovarono il mattino dopo, ai piedi del dirupo dietro la chiesa. 

«Incidente,» disse il medico. «Sarà scivolato nel buio.» Nessuno fece domande. Al funerale, Luxia non pianse. Restò in piedi, rigida, mentre le donne sussurravano: «Poverina. Ma forse è meglio così. Lui non era adatto.» Luxia non parlò più di Bustianu. Non accusò nessuno. Non chiese giustizia. Semplicemente smise di vivere. Continuava a muoversi — lavorava nei campi, preparava il pane, andava a messa — ma era come se il suo corpo fosse abitato da qualcun altro. Gli occhi guardavano senza vedere. Rifiutò ogni corteggiatore. Rifiutò persino di ballare, mai più. L'organetto, per lei, era diventato il suono della colpa. Se fossi stata più forte. Se avessi urlato. Se non gli avessi detto di aspettare. La colpa le si incollò addosso come una seconda pelle. 

Gli anni passarono. Soroseu cambiava: turisti, alberghi, giovani che tornavano d'estate con accenti del nord. Il mare non faceva più paura. Faceva soldi. Luxia guardava tutto con diffidenza. Per lei, quelle strutture che l'avevano schiacciata — famiglia, onore, controllo — erano ancora l'unico mondo possibile. 

Poi arrivarono Anna e Clara. Due donne del continente, sui quarant'anni, che ogni estate affittavano una casa vicina. Ricercatrici, dissero. Studiavano tradizioni, memoria orale, cambiamenti sociali. Luxia, all'inizio, le evitò. Ma Clara era insistente. Non invadente, solo costante. Chiedeva cose sui balli antichi, sui riti, sulle storie delle donne. Annotava tutto. Una sera, Clara la trovò seduta davanti casa, lo sguardo perso verso il mare. «Posso sedermi?» Luxia fece spazio senza rispondere. Stettero in silenzio per un po'. Poi Clara disse: «Ho parlato con alcune donne del paese. Mi hanno detto che lei non balla mai. Nemmeno alle feste grandi.» Luxia non rispose. «Posso chiederle perché?» Luxia la guardò. Clara non aveva l'espressione di chi cerca pettegolezzi. Aveva lo sguardo di chi ascolta davvero. E per la prima volta in quarant'anni, Luxia parlò. 

Raccontò di Bustianu. Del ginepro. Del piano. Della sera di Santu Giuanne. Del corpo ai piedi del dirupo. E della colpa che portava da allora. «Se fossi stata più coraggiosa...» «No,» la interruppe Clara. Voce ferma ma non dura. «Non è stata colpa sua. Lei era una ragazza in un paese dove il controllo era legge. Dove l'amore libero era considerato pericoloso. Dove le donne non potevano scegliere.» Luxia scosse la testa. «Avrei potuto—» «Cosa? Urlare? Ribellarsi? E cosa sarebbe successo? L'avrebbero rinchiusa. Picchiata. Anche lei poteva finire in fondo a un dirupo.» Silenzio. «Il suo dolore,» continuò Clara, «non è colpa sua. È il risultato di una comunità che aveva troppa paura. Paura di tutto ciò che usciva dal cerchio. E quando qualcuno usciva, lo facevano rientrare. Con le buone o con le cattive.» 

Luxia sentì qualcosa rompersi dentro. Una diga che aveva tenuto per decenni. Pianse. Per la prima volta da quella notte. Clara non la toccò. Restò seduta accanto a lei, in silenzio. Qualche settimana dopo, Luxia andò a cercare il ginepro. Sapeva dov'era: sul costone, piegato dal vento. Non ci andava da quarant'anni. Lo trovò. Nodoso, contorto, radici aggrappate alla roccia viva. Rami scolpiti dal sale. Tra le foglie, bacche blu. Il profumo la colpì come un pugno. Lo stesso profumo che Bustianu le strofinava sui polsi. Si inginocchiò. I ricordi arrivarono tutti insieme, ma questa volta non facevano male. O meglio: facevano male, ma era un dolore diverso. Non colpa. Solo perdita. Guardò il ginepro. Testardo, piegato ma vivo. Come l'amore che avevano avuto. Non cancellato. Solo trasformato. Si alzò. Guardò l'orizzonte. 

Il mare. Per la prima volta, non le sembrò una minaccia. Luxia tornò a casa. Aprì le finestre. Quelle che davano sul mare, che teneva sempre chiuse. La luce entrò, violenta e pulita. Si sedette davanti alla finestra. Guardò il sole che saliva, lento, sull'acqua. Sentì l'organetto. Non come lamento, ma come musica. Solo musica. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, non aveva risposte. Ma non aveva più nemmeno colpa. Luxia morì otto anni dopo, nel sonno. Settantaquattro anni. Al funerale c'erano poche persone. 

Il paese l'aveva dimenticata, o forse non l'aveva mai davvero conosciuta. Ma tra i presenti c'era Clara. Due anni dopo uscì un libro: Cerchi spezzati. Storie di donne in Sardegna 1950-1980. L'autrice era Clara. Non un saggio accademico. Una raccolta di testimonianze, raccontate come storie. Una di queste si intitolava: Il ginepro. Parlava di una donna che aveva amato, perso, portato colpa per una vita. E che, alla fine, aveva trovato non il perdono — perché non c'era nulla da perdonare — ma la comprensione. Il libro vendette poco. Trecento copie, forse quattrocento. Ma una di quelle copie arrivò in una biblioteca di Nuoro. 

Una ragazza, vent'anni, lo prese per caso. Lesse la storia del ginepro. E capì qualcosa di sua nonna, morta anni prima in silenzio. Non lo disse a nessuno. Ma quella sera pianse, non di tristezza, ma di riconoscimento. Luxia non aveva cambiato il mondo. Ma aveva dato a qualcuno, da qualche parte, il permesso di guardare la propria ferita senza colpa. 

E questo, forse, era già abbastanza. 

Andrea Locci

Quello che non sapevo di volere 

A volte le giornate peggiori portano dove avresti dovuto andare da sempre…

 

 

 

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QUELLO CHE NON SAPEVO DI VOLERE

Ieri mi sono svegliato con la solita ansia che mi stringeva il petto. L'appuntamento era importante, forse decisivo. Avevo preparato tutto, persino il discorso mentale da recitare davanti a loro. Ma la macchina ha deciso di morire proprio quel giorno, lasciandomi bloccato sulla 554, sotto un cielo che sembrava godersi la mia sfortuna. Vento, pioggia e confusione mentale... pensavo che tutto andasse perduto.

Ho camminato. Non per arrivare da qualche parte, ma per allontanarmi da tutto. A un certo punto, ho visto un sentiero che non avevo mai notato in una strada che percorrevo sempre. Mi ci sono infilato, senza pensarci. Mi ha portato in mezzo a ulivi silenziosi, e poi davanti a una casetta di pietra con un cartello scritto a mano:
“Miele di luna – Entrate se cercate qualcosa che non sapete di volere.”

Sono entrato. Dentro c’era una donna anziana, con occhi che mi scavavano dentro. Mi ha offerto un cucchiaino di miele. L’ho assaggiato. E lì… qualcosa è cambiato.

Il tempo si è fermato. I pensieri si sono sciolti. Ho visto me stesso, ma diverso. Più vero. Più libero. Lei mi ha detto:
“Non hai perso nulla. Hai solo cambiato direzione.”

Abbiamo parlato per ore. Di api, di sogni, di scelte. Mi ha chiesto cosa sapevo fare. Le ho detto che scrivo, comunico, creo.
Mi ha guardato e ha detto:
“Allora racconta questa storia, aiutami a fare conoscere questo miele"

Miele di luna vi abbisogna?