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Folklore in Sardegna
Il ballo e la musica in Sardegna attraverso la storia
Le scelte da fare per un folklore credibile
Quando ho scritto questo libro, sapevo che stavo entrando in un territorio difficile. Non perché l'argomento mancasse di interesse, ma perché il mondo del folklore sardo era — ed è ancora in parte — un ambiente fortemente arroccato attorno a schemi consolidati, dove mettere in discussione le pratiche acquisite significava esporsi a resistenze, incomprensioni e qualche inimicizia. Era la prima volta che qualcuno provava a farlo in forma scritta e strutturata: non un articolo, non una polemica occasionale, ma un volume che affrontasse il tema con rigore documentario e con una proposta chiara di cambiamento.
Folklore in Sardegna nasce da un percorso lungo, costruito sull'intreccio tra ricerca documentaria, pratica diretta e riflessione critica. Non è una celebrazione della tradizione coreutica sarda, ma un tentativo serio di capirla: le sue origini, le sue trasformazioni nel tempo, le distorsioni che ha subito e le responsabilità di chi oggi la pratica e la rappresenta.
Il volume si articola in tre parti che seguono una progressione logica e storica.
Nella prima parte ripercorro la storia del ballo in Sardegna attraverso le fonti storiche e letterarie, dalla preistoria e dal periodo nuragico fino agli ultimi decenni dell'Ottocento. Attraverso i resoconti di viaggiatori, studiosi e letterati — da Della Marmora a Deledda, da Tyndale a Vuillier — emerge un quadro ricco e stratificato di come la danza sarda sia stata osservata, descritta e interpretata nel corso dei secoli.
Nella seconda parte analizzo la nascita e lo sviluppo del fenomeno folkloristico nel Novecento sardo: le prime immagini diffuse, i musei, i gruppi di rappresentanza, il rapporto tra turismo e folklore, il ruolo del cinema e della televisione, fino alle funzioni sociali dei gruppi folkloristici contemporanei. È la parte in cui il folklore smette di essere pratica spontanea e diventa istituzione, spettacolo, identità costruita.
Nella terza parte affronto il folklore oggi, con uno sguardo propositivo e critico. Attraverso riflessioni su basi culturali, repertorio, comunicazione, costume e portamento, provo a offrire un contributo concreto per un uso più consapevole e onesto della tradizione — più vicino alle fonti, più rispettoso della complessità storica, meno condizionato da estetismi e campanilismi.
Il volume è aperto dalla prefazione del dottor Giammario Demartis, che ne ha colto con precisione il senso più profondo: non un manuale né una polemica, ma un vademecum vissuto sulla propria pelle, una guida semplice ma non semplicistica per chiunque voglia avvicinarsi al folklore sardo con onestà intellettuale. La sua disponibilità a scrivere quella prefazione, in un momento in cui il libro rischiava di fare rumore nel posto sbagliato, è stata per me un segnale importante di stima e di coraggio condiviso.



L'illusione della tradizione
Il folklore sardo fra mito, cambiamenti e nuove responsabilità culturali
Questo libro nasce da una frase che non ho mai dimenticato. Era l'estate del 1990, mi trovavo in piazza in una città del centro Sardegna, in attesa di esibirmi con il mio gruppo folk. Dietro di me, due spettatrici commentavano con disprezzo quello che vedevano: "il folklore è diventato lo sport degli ignoranti". Quelle parole mi ferirono come una lama. Ma col tempo ho capito che in quella provocazione ruvida si nascondeva una verità scomoda che non potevo più ignorare.
Fu quella frase la scintilla vera. Non solo di questo libro, ma anche del primo — anche se allora non ne avevo parlato apertamente, quasi fosse un punto di partenza troppo personale, troppo esposto. Quella frase mi aveva messo davanti a qualcosa che non riuscivo più a non vedere: un mondo folkloristico spesso autoreferenziale, immune alla critica, convinto di bastare a se stesso. E da lì era cominciato tutto: lo studio delle fonti, il confronto con gli studiosi, la necessità di costruire un discorso più rigoroso e più onesto.
L'illusione della tradizione è il frutto di quel percorso lungo: quattordici anni dopo il mio primo saggio, torno sugli stessi temi con uno sguardo più maturo, più documentato e più libero. Non è un libro di celebrazione, né di nostalgia. È un tentativo serio e, spero, coraggioso di mettere in discussione un sistema culturale spesso arroccato su certezze non dimostrate, su pratiche consolidate per abitudine più che per consapevolezza, su un'idea di tradizione che confonde il mito con la storia.
Per la prima volta in modo strutturato, il libro porta dentro il discorso folkloristico sardo gli strumenti della teoria critica internazionale: il concetto di "invenzione della tradizione" di Eric Hobsbawm, il "fakelore" di Richard Dorson, l'idea di patrimonio come performance di Barbara Kirshenblatt-Gimblett, la critica all'Authorized Heritage Discourse di Laurajane Smith. Non per importare categorie estranee, ma per dotare chi opera nel folklore sardo di chiavi di lettura all'altezza della complessità del fenomeno.
Il volume si articola in tre grandi aree tematiche che seguono una progressione logica.
La prima area ripercorre le origini e le trasformazioni del folklore sardo nel corso del Novecento: il ruolo del fascismo nelle prime strumentalizzazioni della danza e del costume, la spinta del turismo nel secondo dopoguerra, il peso della televisione e delle correnti intellettuali. È la parte in cui mostro come la tradizione non sia mai stata un dato immobile, ma il risultato di scelte, pressioni e costruzioni storiche ben precise.
La seconda area entra nel cuore della riflessione teorica: i fondamenti critici per distinguere tra tradizione di origine popolare e costruzione recente, i casi studio sul ballo campidanese e sugli esempi di Sestos e Arrugas, il tema del cambiamento reale — dai silenzi alla condivisione — e gli esempi di ricerca e coraggio di chi ha scelto di fare le cose diversamente.
La terza area guarda al presente e al futuro: le derive della consapevolezza culturale, la sfida di una divulgazione che arricchisce invece di semplificare, e la proposta concreta che considero il contributo più originale del volume — il passaggio dal gruppo folk all'agenzia culturale, un nuovo paradigma che immagina i soggetti folklorici non solo come custodi passivi del passato, ma come protagonisti attivi di un recupero responsabile, educativo e interculturale del patrimonio.
Il volume è aperto dalla prefazione di Fiorenzo Caterini, che ha saputo collocare il mio lavoro dentro una cornice più ampia: il problema dell'identità culturale sarda, la "vergogna di sé" di cui parlava l'antropologo Placido Cherchi, il rapporto irrisolto tra cultura osservante e cultura osservata. La sua voce, insieme alla mia, dice che questo non è solo un libro sul folklore. È un libro su come una cultura impara a guardarsi senza complessi e senza illusioni.

