Ho seguito questa vicenda con l'occhio di chi il folklore lo studia e lo pratica da decenni. Provo a dire la mia — non per chiudere il dibattito, ma per aprirlo davvero.
Ci sono momenti in cui il folklore sardo si interroga su sé stesso senza saperlo. La Cavalcata di Sassari di quest'anno ne ha offerto uno. Un episodio che non è passato inosservato: sui social ci si è divisi tra difensori accaniti e critici sprezzanti. Provo a muovermi in questo terreno scivoloso con il solo strumento che sento mio: le domande.
Un gruppo di Villasalto ha sfilato portando in scena tre figure: un uomo in tuta blu con un piccone e due donne che reggevano un vassoio di legno con del minerale grezzo. Il minatore e le cernitrici. Insieme a loro, il resto del gruppo in costumi tradizionali. E poi, dettaglio che ha colpito più di ogni altro, alcune persone portavano in mano fotografie storiche incorniciate — immagini in bianco e nero di lavoratori delle miniere — come a mostrare la fonte, come a dire: «Vedete? Esisteva davvero».
Ecco, fermiamoci qui. Perché è proprio in quel gesto — la fotografia incorniciata portata in sfilata — che si nasconde il problema vero.
La fonte che non dovrebbe servire
Il costume tradizionale sardo non ha mai avuto bisogno di portarsi dietro la propria giustificazione. Un abito di Desulo, di Orgosolo, di Quartu parla da solo. È il risultato di un processo lungo — pur tra le trasformazioni, le selezioni e le parziali ricostruzioni avvenute nel corso del Novecento — sedimentato dentro una comunità che lo ha scelto, codificato e trasmesso come sistema simbolico autonomo. Non nasce come ricostruzione documentaria: nasce come autorappresentazione. Chi lo indossa non ha bisogno di spiegarlo con una fotografia, perché quel linguaggio, anche quando ha subito aggiustamenti, è rimasto interno alla comunità che lo pratica.
La fotografia incorniciata in quella sfilata appartiene invece a un registro completamente diverso: è un elemento museografico. Un oggetto che dice: «Questo non si capisce da solo, quindi ve lo spiego». E questa è già, di per sé, una dichiarazione importante — forse la più onesta dell'intera esibizione. Non perché la memoria operaia non meriti di essere raccontata, ma perché il modo in cui viene portata in scena rivela che siamo usciti dal linguaggio del folklore e siamo entrati in quello della rievocazione documentaria. Sono due pratiche legittime. Ma non sono la stessa cosa. Il discorso è sottile…
Villasalto ha una storia mineraria reale
Bisogna essere precisi, e la precisione qui impone un riconoscimento: Villasalto non è un paese qualsiasi in relazione al mondo delle miniere. La sua storia estrattiva non è recente. Generazioni di uomini e donne, di quel paese hanno lavorato sottoterra o nei piazzali di cernita. La memoria del minatore e della cernitrice non è un'appropriazione esterna: è una memoria autentica, locale, documentata. “Mio padre era minatore di Villasalto ed era vestito così” si legge nei commenti.
E allora la domanda si sposta: se la memoria è reale, dov'è il problema?
Il problema non è cosa si vuole rappresentare. Il problema è come e dove.
Due tipi di rappresentazione che non sono la stessa cosa
Esiste una differenza fondamentale — che nel dibattito sul folklore sardo viene quasi sempre ignorata — tra il costume tradizionale come sistema di segni comunitari e la ricostruzione etnografica di una memoria lavorativa.
Il primo è nato dentro la comunità come autorappresentazione collettiva. Codificava lo stato civile, il ceto, il paese, la funzione sociale. Era scelto dalla gente, vissuto dalla gente, trasmesso dalla gente. Quando sfila in una rassegna folk, rappresenta un popolo — non una categoria, non un'industria.
La seconda è qualcosa di diverso: è un atto di memoria, di recupero storico, di valorizzazione di un patrimonio lavorativo e sociale. Ha una sua dignità, una sua necessità, una sua bellezza. Ma appartiene a un altro linguaggio rappresentativo — quello del museo vivo, della rievocazione storica, del teatro di comunità.
Confondere i due piani non è innocuo. Non perché uno valga più dell'altro, ma perché mescolarli in una sfilata folk senza esplicitarlo — senza una cornice culturale dichiarata — produce un cortocircuito comunicativo. Non è che ogni innovazione sia illegittima: è che vengono sovrapposti codici rappresentativi differenti come se fossero equivalenti, e il pubblico non sa più cosa sta guardando. Né, probabilmente, lo sa del tutto chi sfila.
C'è però una domanda più profonda che questo episodio porta a galla, e che nel dibattito sui social non viene quasi mai posta: la Cavalcata di Sassari rappresenta la Sardegna storica o la Sardegna identitaria?
Non è una domanda retorica. Cambia tutto.
Se la Cavalcata è una rassegna del patrimonio tradizionale storicizzato — costumi, pratiche, simboli sedimentati nel tempo — allora la tuta blu appare fuori contesto, non perché sia “brutta” o “moderna”, ma perché appartiene a un altro tipo di rappresentazione.
Se invece la Cavalcata aspira a essere la vetrina delle identità che le comunità sentono oggi come proprie, allora il discorso si apre in modo radicale. Perché la memoria mineraria è identità sarda tanto quanto i simboli agropastorali. Il minatore di Villasalto non è meno sardo di un pastore di Orotelli.
In questo caso, però, il problema non sarebbe risolto: si sposterebbe. Perché occorrerebbe allora chiedersi attraverso quale linguaggio simbolico la Sardegna scelga di rappresentarsi pubblicamente. E chi decide quali linguaggi siano ammessi, e con quali criteri.
Questa è la domanda che nessuno ha ancora fatto. Ed è, secondo me, la più importante.
Ma qui è necessario allargare lo sguardo, perché il problema non nasce con la tuta blu. La confusione identitaria nel folklore sardo ha radici più antiche e più diffuse. Da anni assistiamo alla circolazione di costumi standardizzati, prodotti in serie, con stoffe discutibili e senza alcun riferimento documentato alla tradizione del paese che dovrebbero rappresentare. Questa deriva estetica e culturale è già di per sé un segnale che qualcosa nel sistema di selezione e di controllo qualitativo non funziona. La tuta blu, in questo senso, non è una rottura isolata: è l'esito visibile di un percorso che si è allentato da tempo.
La responsabilità di chi apre le porte
C'è una domanda che nessuno sembra porsi nel dibattito sui social: come è possibile che una rappresentazione come questa sia arrivata alla Cavalcata di Sassari?
La Cavalcata non è una sfilata libera. C'è un comitato organizzatore, ci sono criteri di ammissione, ci sono persone che valutano le candidature dei gruppi. Se un gruppo si presenta con una tuta blu, fotografie storiche incorniciate e una rappresentazione che mescola linguaggi diversi senza una cornice culturale esplicita, e nessuno dice nulla prima della sfilata, la responsabilità non è solo del gruppo. È anche di chi ha aperto quella porta. E attraverso quella porta, da domani, potrebbe entrare di tutto…non solo alla Cavalcata.
Le rassegne folk come la Cavalcata hanno una funzione pubblica e simbolica enorme. Sono la vetrina dell'identità sarda verso l'esterno, ma anche — e forse soprattutto — uno specchio che la Sardegna offre a sé stessa. Chi le organizza ha quindi una responsabilità culturale precisa: non quella di essere guardiani dell'ortodossia, ma quella di garantire che ciò che sfila sia il frutto di un percorso consapevole, documentato, coerente con il contesto. Questa responsabilità non può essere delegata interamente ai gruppi partecipanti.
Le fotografie incorniciate, di nuovo
Torno su questo dettaglio perché lo trovo il più illuminante. Portare una fotografia storica incorniciata durante una sfilata folk è un gesto che non ha precedenti — almeno non nella tradizione delle rassegne sarde che conosco o che io ricordi. E questo dovrebbe farci riflettere, non per condannare il gesto, ma per capire cosa ci sta dicendo.
Una fotografia incorniciata è un oggetto da museo, da mostra, da memoria collettiva esposta. Serve a mostrare ciò che non c'è più, o ciò che non è immediatamente visibile. È lo strumento con cui si dice: «mih, questa cosa è esistita». Nella sfilata folk, invece, ciò che sfila dovrebbe essere la testimonianza vivente — il corpo, il tessuto, il gesto, il suono. Non ha bisogno di portarsi dietro la prova della propria esistenza.
Se quella fotografia era necessaria, è perché la rappresentazione da sola non bastava. È una confessione involontaria — e forse, in fondo, la più onesta di tutta l'esibizione.
La domanda che non possiamo evitare
Qualcuno mi ha già chiesto, con tono ironico: «Allora tra cento anni sfileremo coi jeans e il portapizze?».
La risposta sarebbe: dipende. E non è una risposta evasiva.
Se tra cento anni una comunità specifica — che ha costruito la propria identità attorno alla figura del portalettere, del magazziniere, della cassiera — decidesse di rappresentare quella memoria in una sfilata, con un percorso culturale serio alle spalle, con una documentazione rigorosa, con una consapevolezza di cosa sta facendo e perché, e nel contesto giusto, non saprei che dire, forse... sarebbe altro da ciò che intendiamo oggi per folklore tradizionale, ma potrebbe avere una sua dignità.
Il problema, nel caso di Villasalto, non è la tuta blu. È l'assenza di tutto il resto: di un percorso culturale riconoscibile, di una consapevolezza del contesto in cui si opera, di una coerenza tra ciò che si vuole dire e il modo in cui lo si dice. E poi c'è il contesto: la Cavalcata di Sassari è una rassegna di folklore tradizionale, non una fiera della memoria operaia. Portarci una rappresentazione ibrida, senza spiegarla, senza incorniciarla culturalmente — e poi incorniciarla letteralmente con una fotografia — è un gesto che rivela più confusione che coraggio.
Cosa ci insegna questo caso?
Credo che episodi come questo abbiano un valore prezioso, se li guardiamo senza difenderli e senza demolirli. Ci dicono che il folklore sardo è vivo abbastanza da cercare nuovi linguaggi. Ci dicono che le comunità hanno memorie che vogliono raccontare, anche quando non sanno esattamente come farlo. Ci dicono che il confine tra tradizione e rievocazione è meno solido di quanto pensiamo.
Ma ci dicono anche che servono strumenti per muoversi in questo territorio. Non sentenze, non guardiani del passato, non difensori dell'autenticità a ogni costo. Ma persone capaci di fare le domande giuste: «Cosa stiamo rappresentando? A chi? In quale contesto? Con quale consapevolezza?».
Queste domande non hanno risposte semplici. Ma porsele — prima di sfilare, prima di portare in cornice una fotografia storica, prima di indossare una tuta blu alla Cavalcata di Sassari — sarebbe già un inizio.
Andrea Locci
